Eilís Dillon
Death at Crane's Court

L'azione di questo originalissimo giallo si svolge in una specie di Casa di Riposo-Albergo, sullo sfondo di un'antica placida cittadina irlandese; e nella folla dei personaggi incontriamo tutta una serie di tipi: da George Arrow, il giovane timido e sensibile che aspetta la morte, alla graziosa Barbara Henry, di cui tutti si innamorano; dall'ispettore Kenny, umanissimo tipo di investigatore, ai vecchi ospiti di Crane's Court, che le persecuzioni del nuovo proprietario John Burden vorrebbero indurre a sloggiare... Ma, come dice uno dei personaggi, i vecchi hanno poco da perdere, e sono perciò più pericolosi degli altri, quando decidono di dar battaglia.

Alcune recensioni dell'edizione inglese

"Set against a County Galway background of such seductive peace as to make one wish forthwith to pack one's bags and take the next train to the West." (Sunday Independent)

"[Ambientato in un paesaggio del Galway così pacifico e seducente da far venire la voglia di fare subito le valige e partire per l'Irlanda dell'Ovest con il prossimo treno]

"An excellent job ... highly attractive and readable" (New York Times Book Review)
["Eccellente ... altamente piacevole e leggibile"]

"Its pace is leisurely, its style and characterization very good, its mystery inscrutable." (Norman Blood, Time and Tide) "Ritmo tranquillo, stile e personaggi ottimi, mistero impenetrabile"]

Alcuni brani tratti dalle prime pagine del libro, nella traduzione italiana di Giulia Betocchi (1954 - Casa Editrice Gherardo Casini)

NON si può dire che George Arrow fosse un viaggiatore novellino; eppure egli cominciò ad affannarsi intorno al suo bagaglio non appena il treno ebbe lasciato la stazione. Cominciò col togliere il cappotto dalla rete, lo spiegò e vi pose sopra il cappello; quindi lo prese di nuovo e ne frugò le tasche alla ricerca dei guanti. Ciò fatto, si protese a prendere la valigia, ma improvvisamente lasciò ricadere le braccia. Ricordava...

Si sedette con deliberata lentezza, tenendo le mani serrate sulle ginocchia. Era incredibile che quel ricordo dovesse ogni volta trasmettere a tutto il suo essere la stessa lieve e sgradevole scossa. Questo era certo il lato peggiore, e il meno previsto, del suo stato di minorazione.

Tre mesi erano passati da quando, seduto in uno studio luminoso, di fronte al medico, aveva saputo di dover morire. Fino a quel momento, la sua esistenza era stata facile. Aveva viaggiato attraverso l'Europa, godendo di tutto ciò che vedeva. A casa sua, a Dublino, aveva fatto collezione di libri e lavorato nei comitati di beneficenza, dividendo parte delle sue rendite tra quanti avessero mostrato di averne più bisogno di lui. Come tutti gli uomini, forse, che sono al tempo stesso romantici e prudenti, George era uno scapolo predestinato. Per lui, le belle donne fluttuavano su una soffice nuvoletta rosa, lontano dalla terra; e poichè erano così in alto, esse avevano l'abitudine di guardare al di sopra della sua testa. Le donne brutte, al contrario, lo notavano, perchè egli era alto, biondo, snello e di piacevole aspetto; ma di loro George non si accorgeva.

Egli non sarebbe mai andato dal medico, se un giorno, mentre si trovava in una libreria, non fosse svenuto. Aveva impiegato parecchi minuti per riprendersi, e il proprietario del negozio gli aveva consigliato di farsi visitare. George non conosceva alcun medico, ma pensò che gli studenti di medicina che aveva conosciuti all'Università dovevano ormai essere diventati rispettabili professionisti. Di quei vecchi compagni, egli ricordava specialrnente Mick Moore, grande ammiratore delle sue tentate speculazioni nel campo della Filosofia moderna; cosi cercò nell'eleneo telefonico l'indirizzo di Moore, e fissò un appuntamento per il pomeriggio se uente. Seduto di fronte a Mick, George si era divertito a osservare, come l'amico fosse riuscito a modellare se stesso fino a diventare, anche nell'aspetio esteriore, il prototipo del medico di successo: persino i suoi capelli - benchè non avesse più di trentacinque anni - si erano compiacentemente inargentati e ritirati, scoprendogli la fronte.

Mentre picchiettava ed auscultava George, Mick aveva qualcosa di misteriosamente solenne. A visita ultimata, si era appoggiato allo schienale della sedia e aveva emesso il verdetto; poi aveva consigliato a George di andare a vivere a Crane's Court. «Ma - aveva domandato George - non si tratta di una specie di casa di cura? Non credo che sia necessario arrivare a questi estremi». E Mick aveva replicato: «La chiamano una Stazione termale, benchè non vi si trovi nessuna sorgente di acque minerale. In sostanza, si tratta di un ottimo albergo, dove vecchi ed invalidi sono i benvenuti. Mi dicono che il trattamento sia di prim'ordine ». Ed aveva spiegato ancora una volta a George che il suo cuore era in condizioni così precarie che egli non avrebbe dovuto affaticarsi in alcun modo, non avrebbe dovuto mai viaggiare, mai sollevar pesi, mai coricarsi tardi o alzarsi presto, mai eccitarsi e nemmeno discutere. George aveva tentato di fare qualche domanda intelligente, tanto per rendersi conto della nuova maniera di vivere, così fuori dell'ordinario, alla quale si avviava. Il povero Mick era desolato; qualche goccia di sudore gli imperlò la fronte, ed egli parve quasi sul punto di scoppiare in lagrime. Allora George si alzò e disse:

- Va bene, vecchio mio, non preoccuparti. per me. Andrò a Crane's Court. Sarà facile vivere lì come in qualsiasi altro posto.

Ed era tornato a casa. Quel che aveva inteso dire, naturalmente, era che sarebbe stato facile morire a Crane's Court come in qualsiasi altro posto.

George non aveva parenti stretti. Fece testamento in favore di un cugino in secondo grado che, gli era totalmente sconosciuto, ma che passava per un originale, sopratutto perchè portava una barba a due punte e scriveva poesie selvagge ma incomprensibili. Affidò le sue proprietà alle cure di un legale. Disdisse l'appartamento a Dublino e salì sul treno per Galway, dove si trovava Crane's Court, sentendosi terribilmente solo.

Adesso era ossessionato dal pensiero che questo era il suo ultimo viaggio. Era come trovarsi a far parte di una scena di qualche antiquato dramma a base di contadini morenti. «Ho paura, Maggie, che sia venuto per me il momento di fare l'ultimo viaggio!». Ma. anche questa riflessione non riuscì a sollevargli il morale. Si sentiva così. avvilentemente sicuro che quel viaggio era l'ultimo. Gli venne fatto di ripensare a Dublino, la sua bella città che non avrebbe più riveduto. Questo gli ricordò che doveva ritenersi soddisfatto di essere riuscito a vedere quasi tutte le capitali europee prima che Mick scoprisse in quali condizioni si trovasse il suo cuore. E Mick aveva detto che Crane's Court era un bellissimo albergo, e che egli stesso avrebbe desiderato trascorrervi gli ultimi giorni della sua vita. Gli ultimi giorni - l'ultimo viaggio - ... non sarebbe stato facile vivere una vita normale con queste due frasi che gli risuonavano continuamente all'oreechio. Eppure queste frasi lo affascinavano, ed egli si sentiva costretto a ripeterle a se stesso con una specie di trepidazione non del tutto sgradevole. Scopri anche di sentirsi vagamente eccitato, come sempre gli accadeva di fronte a posti sconosciuti, e a nuovi modi di vivere. E, dopo tutto, Mick aveva detto che se George imparava ad aver cura di se stesso, avrebbe probabilmente vissuto molti anni ancora...


Fu a questo punto delle sue riflessioni, che George cominciò a notare l'altro viaggiatore. Era costui un uomo dell'apparente età di trentàsei anni - la stessa età di George -, vestito di un completo di gabardine beige, calze bianche e scarpe scamosciate.. Portava i capelli piuttosto lunghi, e dei baffetti così sottili che bisognava guardare due volte per accorgersi della loro esistenza. Teneva le palpebre abbassate quasi a nascondere l'espressione degli occhi. Ed anche a una certa distanza, emanava un sentore di profumo e di whisky. Era intento a leggere un libro dalla copertina marrone, che chiuse con un colpo secco quando George lo guardò. Prima di parlare, i suoi vivi occhi castani ebbero per un attimo un lampo di diffidenza.

- Ho idea che questo treno sia trascinato da una lumaca.

- Più tardi, acquista velocità - disse George, divertito.

Lieto del diversivo, George si sorprese a chiacchierare con lo sconosciuto, e addirittura ad accettare l'invito di bere qualcosa al vagone ristorante. Non appena si furono seduti a un tavolino, lo sconosciuto si presentò.

- Mi chiamo Burden, John Burden. - Picchiettò nervosamente l'estremità della sigaretta per farne cadere la cenere. - E voi vi chiamate Arrow. L'ho letto sul vostro bagaglio. Un nome poco comune, vero?

Già - disse George, con, freddezza.

Burden si agitava nervosamente.

Conoscete Galway?

- Non molto bene. Vi sono stato parecchie volte, ma mai a lungo.

- Che tipo di posto è?

- Una vecchia città molto interessante. C'è una cattedrale del tredicesimo secolo, e un buon numero di reliquie delle Dodici Tribù che vi si fermarono settecento anni fa.

Piuttosto deprimente - osservò Burden. - E belle ragazze ce ne sono?

George stava quasi per dire che del genere adatto a Burden non ce n'erano, invece diede in una risatina che voleva essere significativa, e disse: Vado a Galway per stabilirmici definitivamente.

Rimase sorpreso nel constatare di aver dato spontaneamente questa informazione. Non era il tipo da fare le proprie confidenze, e meno che mai ad antipatici giovanotti incontrati in treno. Di nuovo mise in guardia se stesso. Nessuno doveva.sapere del suo male. Egli non ne aveva parlato nemmeno al suo legale, ed anche a Mick aveva chiesto di non fargli domande sulla sua salute, se mai si fossero incontrati ancora.

- Anch'io mi stabilisco a Galway - disse Burden. - Ho ereditato un'azienda, laggiù. Ma francamente non sono troppo ansioso di andare a vivere in una città con una cattedrale e dodici tribù di settecento anni fa.

- Oh, ci sono altre cose - disse George, pazientemente. - L'Università, un Circolo d'arte e un retroterra ricco di alcuni fra i più bei paesaggi del mondo.

Non è il mio genere. Ma chi è povero non può scegliere.

Quando venne il cameriere, Burden ordinò un doppio brandy. E sollevò le sopracciglia, allorchè George chiese uno sciroppo; ma George finse di non accorgersene. Le bibite arrivarono, e Burden bevve un lungo sorso del suo brandy con la stessa naturalezza di una zitella che prende il tè.

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Eilís Dillon Detective Stories

Uscita: "The Eilís Dillon Irish Writing Pages"

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